Il ponte simbolo della Via Francigena

Il ponte Medievale di Groppodalosio: affascinante e carico di storia

Ponte di Groppodalosio
Ponte di Groppodalosio

L’immagine più diffusa, relativa alla Via Francigena, è sicuramente quella avente per soggetto il ponte medievale di Groppodalosio.

Essa è dotata di una triplice valenza: 1) simbolica: il ponte unisce, avvicina 2) architettonica: il ponte di Groppodalosio è indubitabilmente bello con questi pilastri che sorreggono una passerella ingobbita tesa a lasciar scorrere, senza ostacolarle neppure nei giorni in cui sono più impetuose, le sottostanti acque del fiume Magra 3) storica: ma questa è una vicenda millenaria che merita di essere raccontata in maniera dettagliata.

La storia del ponte di Groppodalosio

Protagonisti:

Giovanni dalle Bande Nere, in realtà Ludovico di Giovanni de’ Medici

Famiglia Malaspina, i signori di molti fedudi della Lunigiana

Tommaso Malaspina, signore del feudo di Virgoletta

Battista Paladini, creatore del consorzio trasportatori di Virgoletta

Francesco I, Re di Francia

Carlo V di Spagna, imperatore

Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara, condottiero militare alleato con Carlo V durante la battaglia di Pavia

Papa Silvestro II, iniziatore, nell’anno 1000, della pratica del Giubileo

 Carlo di Borbone, feudatario ribelle del Regno di Francia, passato al servizio di Carlo V e partecipante con lui alla battaglia di Pavia

Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, alleato dell’imperatore Carlo V nella battaglia di Pavia

Clemente VII, Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici, Papa dal 1523 al 1534,

Vittorio Ghiberti figlio di Bonaccorso Ghiberti, imparentato con i Medici, costruttore armi da fuoco a Firenze

Francesco di Matteo degli Albizzi, tesoriere di Giovanni dalle bande nere

Lapo Balestrini, fabbro e costruttore di armi in Pistoia

Fanfulla da Lodi, condottiero, scomparso nella pianura di Terracina

Jacopo Tatti, detto il Sansovino, capomastro incaricato di sovraintendere alla ricostruzione del ponte di Groppodalosio

Il ponte di Groppodalosio nell’antichità

Sotto l’arcata dell’attuale ponte medievale di Groppodalosio sono ancora visibili tracce di una muratura ben più antica, risalente probabilmente all’anno Mille.

Sembra infatti che, papa Silvestro II, nei mesi precedenti il primo giubileo, indetto nell’anno Mille, avesse inviato una sua commissione per verificare lo stato della via Francigena.

I controllori non solo avevano l’incarico di ispezionare il percorso ma erano anche stati incaricati di adoperarsi per porre rimedio, là dove fossero emerse carenze e criticità.

La cosa è anche comprensibile. In un anno, il Mille, accompagnato da paure ed atteso pertanto con timore, la chiesa non voleva correre il rischio che le migliaia di pellegrini, provenienti da tutta europa per riversarsi nella capitale della cristianità, potessero incorrere in incidenti forieri di funestare l’evento.

Durante i sopralluoghi, uno degli aspetti che a tale commissione parve dover essere affrontato fu quello del preistorico ponte in legno sul quale veniva attraversato il fiume Magra, all’interno della Valdantena.

Reclutati capomastro e maestranze, in breve il manufatto venne quindi sostituito da un ben più robusto ponte in pietra, nello stile dell’epoca: romanico.

Nei secoli a venire, centinaia di migliaia di pellegrini e non solo loro, anche mercanti e avventurieri, utilizzarono quel ponte fino a quando, il 7 maggio 1481, un forte terremoto scosse l’intera Lunigiana, causando il crollo della sua parte centrale.

Un periodo turbolento, culminato poi con quelle che vennero chiamate “le guerre d’Italia”, iniziate con la discesa di Carlo VIII, fu di ostacolo ad un immediato ripristino della sua funzionalità fino a quando…non intervenne Giovanni delle Bande Nere.

Il traffico d’armi passa per il ponte di Groppodalosio

Nei primi giorni dell’anno 1525, il papa Clemente VII convocò a Roma Ludovico di Giovanni de’ Medici, detto Giovanni dalle bande nere.

Costui era il più prestigioso fra i capitani di ventura che popolavano il nostro territorio ed era legato al pontefice anche da rapporti di parentela.

Oggetto dell’incontro fu la richiesta, che il papa rivolse a Giovanni, tesa ad averlo con sé nel momento in cui si apprestava a cambiare alleanza politico/militare.

Il Papa stava, infatti, abbandonando l’imperatore Carlo V, per schierarsi a fianco di Francesco I, re di Francia, che, al tempo, ne era il più acerrimo avversario.

Due furono le motivazioni alla base di questa svolta:

1) i ripetuti screzi creatisi con l’impero a causa del fatto che entrambi, papa e imperatore, vantavano un diritto di intervento sia nel campo temporale che in quello spirituale: i soliti due galli nel pollaio.

2) una ragione poco nobile ma che, ancor oggi, trova larghe schiere di opportunistici seguaci: quella di salire sul carro dei vincitori. Con scarso acume, infatti, Clemente VII era convinto che, dallo scontro che andava approssimandosi, sarebbe certamente uscito vittorioso l’esercito guidato dal re di Francia.

Un unico argomento, i danari necessari a pagare i numerosi debiti contratti, bastò a far sì che lo scaltro avventuriero non esitasse a dare il suo assenso a questo cambio di alleanza.

Immediatamente, a capo delle sue truppe, accorse a dar sostegno a Francesco I che, dall’ottobre dell’anno precedente, stava assediando Pavia e contro il quale stavano organizzandosi gli eserciti fedeli all’imperatore, guidati da Carlo di Lannoy, viceré di Napoli, da Carlo di Borbone, prima uomo del Re di Francia e poi, con maggior acume rispetto al papa, passato al servizio dell’imperatore e di Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara.

Giovanni dalle Bande nere, così come era solito fare, mise in atto, da subito, una tattica di guerriglia, attaccando all’improvviso le truppe nemiche, infastidendole durante i loro spostamenti e organizzando incursioni notturne nei loro accampamenti. Azioni rapide e di breve durata seguite da altrettanto veloci ritirate.

In uno di questi scontri, contro le truppe di Carlo di Borbone, molti suoi uomini vennero uccisi a colpi di arma da fuoco.

Un episodio bruciante che lo costrinse a prendere atto di quanto queste ultime fossero in grado di determinare l’esito del conflitto.

Carlo di Borbone, infatti, aveva al suo seguito un reparto interamente composto da archibugeri e proprio questi ultimi avevano falciato gli uomini di Giovanni mentre, dopo un veloce attacco, gli stessi, si apprestavano a ritirarsi.

Come era solito fare, da uomo intelligente quale era, anche da questo episodio trasse pertanto una lezione e decise di incrementare anche nelle sue fila il numero di uomini capaci di padroneggiare gli archibugi che ancor non possedeva ma che era fermamente intenziona a procurarsi.

Per l’approvigionamento si rivolse al suo fidato tesoriere, Francesco di Matteo degli Albizzi, cui affidò una scorta armata ed un generoso gruzzolo di monete.

Quest’ultimo si mise immediatamente alla ricerca di un eventuale fornitore. Si recò dapprima a Firenze dove aveva il proprio laboratorio Vittorio Ghiberti figlio di Bonaccorso Ghiberti, anch’egli imparentato con i Medici.

Purtroppo ricevette un diniego, probabilmente dovuto ad una opposizione della famiglia dei Medici, poco incline ad apprezzare le gesta di quello che considerava un membro troppo autonomo e scapestrato.

Dopo una serie di ulteriori tentativi conclusisi senza successo, sulla base di voci raccolte durante una sosta presso una locanda frequentata da mercanti, approdò a Pistoia, nella bottega di un tal Lapo Balestrini.

Quest’ultimo era un artigiano del ferro che deteneva nei propri magazzini una cinquantina di archibugi, appositamente costruiti ma mai ritirati e, quel che più lo addolorava, mai pagati dal committente.

Le armi, infatti erano,in origine, destinate al condottiero Fanfulla da Lodi che, morto improvvisamente a Terracina, non aveva potuto, per questo più che valido motivo, onorare il suo impegno.

Non è difficile quindi immaginare quale attenzione Ser Lapo profuse nel mostrare la merce all’insperato cliente. Un’attenzione che si trasformò in entusiasmo quando Francesco lasciò cadere una generosa manciata di fiorini d’oro sul suo banco.

Concluso l’accordo, in assenza di una pergamena o qualsiasi altra alternativa, immediatamente utilizzabile per ciò che intendeva fare, il tesoriere estrasse dalla tasca un elegante fazzoletto di lino sul quale erano ricamate le sue cifre.

Sfoderò quindi il suo pugnale e divise in due parti quel, pur prezioso, pezzo di stoffa, consegnandone una al fabbro che, esterefatto, lo aveva osservato in silenzio. E, mentre questi sembrava interrogarlo, con espressione confusa, gli si rivolse dicendo:- Non so ancora né quando nè chi verrà a ritirare le armi, tu, comunque, le consegnerai solo a colui che sarà in grado di mostrarti la parte mancante del fazzoletto che stai stringendo in mano.-

Ricevuta una risposta di assenso si rimise in sella, seguito dalle sue guardie del corpo, e partì al galoppo senza ulteriori convenevoli.

In serata raggiunse la sua nuova meta: il borgo di Virgoletta, il luogo in cui, secondo le indicazioni ricevute dal suo capitano, avrebbe trovato chi poteva occuparsi del trasporto delle armi.

Giovanni, aveva, infatti, instaurato una discreta relazione con la famiglia Malaspina.

In particolare con un giovane membro della stessa, tal Tommaso, signore di Virgoletta, con cui aveva stretto rapporti di vera amicizia.

L’occasione in cui avvenne la loro conoscenza è da attribuirsi ad un rapporto d’affari quando, più volte, Giovanni, si era incontrato con i Malaspina per definire, nell’anno 1523, l’acquisto del feudo di Aulla e, nuovamente un paio di anni dopo, ma questa volta, a ruoli invertiti.

Infatti, realizzando un cospicuo guadagno, rivendette loro lo stesso feudo rivelandosi, nella circostanza, non solo un coraggioso guerriero ma anche un abile mercante.

Con Tommaso, pur nella diversità di carattere, misurato il Malaspina esplosivo il condottiero, era sorta una reciproca, pressoché immediata, simpatia spontanea che, più volte, li aveva visti uniti allo stesso desco nella residenza malaspiniana di Virgoletta.

In una di queste circostanze, Giovanni, aveva avuto modo di conoscere Battista Paladini, un popolano dall’intelligenza pronta e dotato di visione economica non banale.

Quest’ultimo, antesignano delle moderne cooperative, aveva riunito in una sorta di consorzio i numerosi abitanti di Virgoletta che, disponendo di uno o più asini, trasportavano merci nel circondario.

La dimensione assunta da questa nuova realtà, in breve tempo, ne aveva allargato gli orizzonti ed ora, la stessa, deteneva quasi il monopolio del trasporto di ogni sorta di merce veicolata fra Roma e la pianura padana.

L’incontro avvenne alla presenza di Tommaso nella sua prestigiosa residenza dove, essendo stato convocato con urgenza, il Paladini si presentò trafelato e scusandosi per essersi affrettato senza aver avuto cura di dismettere gli abiti da lavoro.

Vista l’importanza che Tommaso Malaspina assegnava al committente, Battista Paladini, non fece trattativa alcuna sul compenso, che comunque, non mancò di essere generoso, e assunse direttamente la responsabilità della missione.

Accompagnato da quattro collaboratori, conducenti i loro rispettivi asini, si recò subito a Pistoia, da dove, caricate le cinque casse di armi, risalì fino in Lunigiana, intenzionato a valicare l’Appennino, attraverso il Passo della Cisa.

A Villafranca, però il convoglio fu fermato dagli uomini di Tommaso Malaspina che, in un giro di perlustrazione, ordinato dal loro prudente signore, avevano potuto accertare la presenza di forze imperiali in prossimità del passo.

Armati che, in quel luogo ed in quelle circostanze, non potevano avere altro obiettivo che quello di intercettare eventuali forniture dirette all’esercito del Re di Francia e dei suoi alleati.

Paladini, profondo conoscitore del territorio, cambiò subito programma ed imboccò la Via Francigena, intenzionato a passare l’Appennino attraverso la sella del Valoria.

Giunto nel punto in cui, una volta era stato eretto il ponte e che, anche privo dello stesso, rimaneva il luogo più adatto a guadare il fiume Magra, dovette constatare che le copiose piogge avevano ingrossato le acque del fiume rendendone pericoloso l’attraversamento.

Ma…non esisteva alternativa. Era necessario rischiare. Fra urla e strepiti, intercalati da non poche bestemmie, tese ad incoraggiare gli animali riottosi, il fiume venne attraversato ma, a costo della perdita di un asino con il relativo carico.

Quando, dopo alcuni giorni di cammino, raggiunsero l’accampamento delle truppe di Giovanni, quest’ultimo, ancor prima di dare loro modo di rifocillarsi, chiese ragione dei dieci archibugi mancanti.

Soddisfatto dalle spiegazioni ricevute ma anche preoccupato nel venire a conoscenza della criticità espostagli, inerente un percorso che avrebbe potuto rivelarsi vitale soprattutto se la guerra avesse dovuto trascinarsi a lungo, con l’impulsività che gli apparteneva, cercò di trovare subito una soluzione.

Chiese quindi al Paladini cosa gli sarebbe necessitato per ricostruire il ponte, ricevendo la seguente risposta:- non ci mancano certo gli uomini usi alla fatica e capaci di impegnarsi in opere di muratura, quel che ci difetta è un buon capomastro, capace di dirigere i lavori.-

Chiesta ed immediatamente ottenuta penna e pergamena, il condottiero redigette poche righe, rivolte con grande deferenza al Santo Padre, attraverso le quali auspicava un suo impegno per la soluzione del problema.

A questo scritto appose il suo sigillo, quale migliore dei lasciapassare, e, consegnandolo al Paladini, gli raccomandò di recapitarlo direttamente nelle mani del papa.

Ancora una volta, complici le circostanze, lo spirito d’iniziativa del condottiero venne premiato. Infatti, proprio in quei giorni, a Pontremoli, quindi a brevissima distanza dal ponte di cui avrebbe dovuto occuparsi, stava operando, presso il complesso della Santissima Annunziata, il progettista Jacopo Tatti, detto il Sansovino che, in virtù degli stretti rapporti che lo legavano all’episcopato romano, non ebbe difficoltà ad esaudire la richiesta papale.

In poco tempo, grazie ad una nutrito manipolo di lavoratori capeggiato dal Paladini e ad una vicina cava di pietre, ubicata nei pressi di Toplecca, il ponte venne ricostruito, così come era in origine: a schiena d’asino ed in perfetto stile romanico. Lo stesso che oggi ammirano e sul quale posano i piedi tutti coloro che percorrono questo tratto di via francigena.

N.B. A detta di alcuni, fu proprio in occasione della ricostruzione del ponte che a Groppodalosio sorsero i primi edifici: baracche abitate dagli operai che le abbandonavano solo per andare a trascorrere in famiglia le giornate festive. Da questa situazione trasse poi nome anche il borgo che, sulla base di questo primo nucleo, andò costituendosi: Grup d’alogg-Gruppo d’alloggio- Groppodalosio.