S.Francesco sulla Via Francigena

Malgrado che, San Francesco, risulti ben visibile in una scena rappresentata sul portale della chiesa cittadina di San Nicolò, dove è narrata la storia della città, in pochi sono a conoscenza della missione che lo aveva indotto a percorrere le strade della Lunigiana. Ancor meno sono coloro che conoscono il fatto, quasi miracoloso, ancor oggi ricordato in Valdantena, di cui lo stesso Santo è stato protagonista mentre si muoveva lungo la Via Francigena.

Eccolo:

San Francesco in Valdantena: L’incontro che cambiò la Valle

La storia, quando si spinge lontano nel tempo, smette di essere solo cronaca e diventa memoria viva. In quel confine sottile tra l’umano e il divino nascono i miti e le leggende: racconti che, passando di bocca in bocca, definiscono l’identità di un territorio e le radici di chi lo abita. È in questo spazio che si colloca il passaggio di San Francesco in Valdantena, la “Valle del Sacro Cuore”.

Due portatori di pace sulla Via Francigena

Siamo nel primo decennio del 1200. Mentre la Via Francigena brulicava di eserciti diretti in Terra Santa, mercanti e cavalieri, due uomini camminavano in direzione opposta, mossi da un intento diverso. Erano frate Francesco e frate Masseo.

Il Vescovo di Luni, Gualtiero II, preoccupato per le tensioni e le prepotenze che affliggevano i borghi più isolati della sua diocesi, aveva promulgato nuovi statuti per difendere i deboli. Ma sapeva che le leggi, da sole, non bastano contro l’arroganza dei signorotti locali. Serviva un uomo capace di parlare alle anime. Scelse Francesco: un nobile che si era fatto ultimo, le cui parole avevano il peso della coerenza.

Il dolore di Rachele

Dopo aver predicato ad Aulla e Pontremoli, i due frati risalirono verso i passi appenninici. Giunti presso l’abitato di Previdè, si imbatterono in una scena straziante: un’anziana donna, tra le grida e il pianto, vegliava un corpo avvolto nel lino.

La donna si chiamava Rachele. Raccontò, tra i singhiozzi, una storia di violenza e usura. Vedova di un facoltoso ebreo, aveva accumulato ricchezze prestando denaro ai contadini poveri, aiutata dal figlio Levi (detto “Pietro il Versalollio” per la sua abitudine di distruggere i contenitori di olio o di vino di chi non pagava). Proprio il figlio era stato ucciso brutalmente da una famiglia disperata. Ora, nonostante le offerte di denaro, nessuno nella valle voleva aiutarla a seppellirlo.

Il miracolo della conversione

Francesco e Masseo non giudicarono. Con un solo sguardo d’intesa, Masseo si caricò il corpo sulle spalle, mentre Francesco asciugava le lacrime della madre. Insieme cercarono un luogo adatto: lo trovarono sul fianco della collina verso il Molinello. Quel luogo fu ribattezzato “La Giudea”, un toponimo che ancora oggi, dopo otto secoli, sopravvive nella memoria dei luoghi.

Toccata da quel gesto di carità gratuita, Rachele (o Rebecca, come la tradizione talvolta la ricorda) sentì crollare l’armatura di cinismo che l’aveva resa ricca ma infelice. “L’essere umano non può essere felice dando l’infelicità”, le disse dolcemente Francesco.

In quel momento, la donna decise di cambiare vita. Volle restituire la sua fortuna alla comunità, organizzando un banchetto di riconciliazione. Per giorni, con l’aiuto dei frati, acquistò provviste dai produttori locali pagando il giusto prezzo: capponi, formaggi e le celebri torte d’erbi della Lunigiana.

La nascita dei “Bernardoni”

La domenica, dopo la Messa, l’intera Valdantena si riunì in località Barcola. Davanti a tavole imbandite e fiori di campo, il clima di odio svanì. Quando Francesco prese la parola, parlando di fraternità e pace, un giovane si alzò entusiasta. Saputo che Francesco era figlio di Pietro Bernardone, esclamò:

“Siamo orgogliosi di dichiararci tuoi fratelli. Da oggi, aggiungeremo al nostro nome la stirpe ‘di Bernardone’!”

Secondo la tradizione, nacque così la famiglia dei Bernardoni, ancora oggi presente in valle. Quel banchetto non fu solo un pasto, ma il seme di una religiosità profonda che nei secoli ha dato alla Valdantena numerosi uomini di fede, dai vescovi Uggeri fino ai parroci che ancora oggi custodiscono queste storie.